Cronaca

Via Burla – Detenuto in Alta Sicurezza ha diritto ai colloqui intimi con la moglie, lo stabilisce la Cassazione

La Corte di Cassazione ha sancito un importante principio in materia di diritti dei detenuti, respingendo il ricorso del Ministero della Giustizia e confermando il diritto ai colloqui intimi per un detenuto recluso nella sezione di Alta Sicurezza del carcere di Parma. La decisione, emessa con sentenza del 15 luglio, le cui motivazioni sono state depositate di recente, è destinata a riaccendere il dibattito sull’umanizzazione della pena e sull’adeguatezza delle strutture penitenziarie.

Respinto il ricorso del Ministero

I giudici della Suprema Corte, con la sentenza firmata dal presidente Filippo Casa e redatta dal consigliere Giorgio Poscia, hanno integralmente respinto l’impugnazione presentata dal Ministero della Giustizia contro l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna dell’11 marzo 2025. Tale ordinanza aveva già riconosciuto al detenuto il diritto ad incontri riservati con la moglie.

Il detenuto in questione è stato condannato per associazione camorristica, un dettaglio che rientrava tra le argomentazioni con cui il Ministero cercava di opporsi alla decisione.

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Le Tre Obiezioni del Ministero

Il ricorso del Ministero si basava principalmente su tre ordini di motivazioni, tutte ritenute non sufficienti a negare il diritto:

  1. Inadeguatezza delle Strutture Carcerarie: L’impossibilità di garantire i colloqui in un contesto adeguato e riservato all’interno del carcere.
  2. Pericolosità Sociale del Detenuto: La condanna per reati di associazione camorristica e la sua classificazione in Alta Sicurezza, che secondo il Ministero rappresentavano un rischio da non sottovalutare.
  3. Tempi Tecnici di Adeguamento: L’impossibilità di adeguare la struttura del carcere di Parma in tempi brevi, in particolare nei due mesi intercorsi tra l’ordinanza di Bologna e i successivi sviluppi.

La Cassazione, con la sua pronuncia, ha evidentemente ritenuto che né l’attuale inadeguatezza logistica, né la gravità del reato commesso dal detenuto, possano prevalere sul diritto alla sfera affettiva e intima garantito anche ai condannati. La sentenza rafforza l’orientamento giurisprudenziale che considera il mantenimento dei legami familiari come un elemento fondamentale del trattamento rieducativo, in linea con l’articolo 27 della Costituzione.

Come riportato anche dal quotidiano Il Dubbio, questa decisione costituisce un precedente significativo, ponendo l’accento sulla necessità, ormai non più procrastinabile, per l’Amministrazione Penitenziaria di adeguare gli istituti di pena in modo da garantire l’effettività di diritti essenziali per la persona umana.