Economia e Ambiente

ETF Emerging Markets: perché i mercati emergenti non sono solo la Cina

Quando un investitore decide di inserire in portafoglio un ETF sui mercati emergenti, spesso immagina di ottenere un’esposizione diversificata a decine di economie in rapida crescita. La realtà è più concentrata di quanto molti si aspettino: nei principali indici EM, la Cina da sola arriva a pesare tra il 25 e il 40% del totale. Comprendere questa struttura — e le sue implicazioni — rappresenta il primo passo per investire in questi mercati in modo realmente consapevole.

Il peso della Cina negli indici EM: un rischio spesso sottovalutato

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L’MSCI Emerging Markets, indice di riferimento per la maggior parte degli ETF appartenenti a questa asset class, assegna alla Cina una quota dominante costruita nel corso di decenni di crescita del mercato azionario e di progressivo ampliamento dell’universo investibile. Il problema non è la Cina in sé, ma la concentrazione di rischi eterogenei in un’unica componente dell’indice. Il rischio geopolitico legato alle tensioni con gli Stati Uniti, le campagne regolamentari che tra il 2020 e il 2022 hanno ridotto drasticamente la capitalizzazione di interi settori tecnologici e dell’istruzione, e la possibilità di sanzioni sui mercati dei capitali rappresentano fattori che non trovano equivalenti in nessun altro paese dell’indice. Un investitore che acquista un ETF EM standard ottiene quindi, di fatto, una scommessa implicita sulla traiettoria politica ed economica di Pechino.

ETF EM ex-China: l’alternativa selettiva

Per rispondere a questa esigenza, negli ultimi anni il mercato ha sviluppato una categoria specifica di prodotti: gli ETF “EM ex-China”, che replicano indici dei mercati emergenti escludendo completamente le azioni cinesi. Questo approccio consente di mantenere l’esposizione alla dinamica di crescita strutturale delle economie in via di sviluppo eliminando i rischi idiosincratici legati alla governance politica della Cina. La scelta tra un ETF EM standard e uno ex-China non riguarda necessariamente l’ottimismo o il pessimismo nei confronti dell’economia cinese; riguarda piuttosto la consapevolezza di ciò che si sta effettivamente acquistando.

India, Taiwan, Corea e Brasile: il potenziale oltre Pechino

Chi desidera approfondire come costruire un’esposizione più selettiva a questi mercati attraverso strumenti quotati può considerare le opportunità offerte dal trading ETF, che consente di accedere a singoli mercati emergenti con la stessa semplicità operativa di un’azione. Tra le economie emergenti con prospettive particolarmente rilevanti per il prossimo decennio spiccano quattro realtà molto diverse tra loro.

India. Con una popolazione superiore a 1,4 miliardi di persone, un’età mediana di circa 28 anni e una classe media in rapida espansione, l’India rappresenta uno dei casi strutturali più solidi tra i mercati emergenti. Il PIL reale cresce a ritmi superiori al 6% annuo e il mercato azionario locale ha dimostrato una notevole resilienza anche nei periodi di stress globale.

Taiwan e Corea del Sud. Entrambi i paesi occupano una posizione dominante nella catena globale dei semiconduttori. Aziende come TSMC e Samsung costituiscono asset strategici per l’economia digitale mondiale. La loro presenza negli indici EM crea un’esposizione indiretta a un settore caratterizzato da barriere all’ingresso estremamente elevate e da una domanda strutturalmente crescente.

Brasile. Ricco di risorse naturali, dotato di un mercato finanziario relativamente sofisticato e spesso caratterizzato da valutazioni contenute, il Brasile rappresenta una componente “value” all’interno del paniere dei mercati emergenti. Tuttavia, il rischio politico e la volatilità del real brasiliano restano elementi da monitorare con attenzione.

Valutazioni e demografia: il caso per un’allocazione strutturale agli EM

Dal punto di vista delle valutazioni, i mercati emergenti nel loro complesso trattano storicamente con uno sconto rispetto ai mercati sviluppati. Il rapporto prezzo/utili (P/E) dell’MSCI Emerging Markets si colloca stabilmente al di sotto di quello dell’MSCI World, spesso con uno sconto compreso tra il 30 e il 40%. Questo dato riflette in parte rischi reali legati alla governance, alla liquidità e alla stabilità istituzionale, ma anche un pessimismo strutturale che in passato ha spesso creato opportunità per investitori con un orizzonte temporale di lungo periodo.

Sul piano demografico, la maggior parte dei paesi emergenti presenta inoltre una piramide dell’età favorevole alla crescita. Una forza lavoro giovane, processi di urbanizzazione ancora in corso e consumi interni in espansione costituiscono fattori che molte economie sviluppate, caratterizzate da un rapido invecchiamento della popolazione, faticano a replicare.

Il rischio valutario: la variabile spesso dimenticata

Investire nei mercati emergenti significa esporsi non solo ai mercati azionari locali, ma anche all’andamento delle valute in cui tali mercati sono denominati. La rupia indiana, il won coreano, il real brasiliano e il rand sudafricano presentano tutti una volatilità storicamente superiore rispetto all’euro o al dollaro.

Nelle fasi di rafforzamento del dollaro — spesso associate ai cicli di rialzo dei tassi della Federal Reserve — i mercati emergenti tendono a registrare deflussi di capitali e deprezzamenti valutari che amplificano le perdite per l’investitore europeo. Valutare la copertura valutaria, o quantomeno tenerla in considerazione nella costruzione complessiva del portafoglio, diventa quindi un passaggio importante.

Un approccio più selettivo ai mercati ad alta crescita

I mercati emergenti offrono alcune delle opportunità di crescita più interessanti del prossimo decennio. Tuttavia, acquistare un ETF EM generico non equivale automaticamente a diversificare geograficamente. In molti casi significa concentrare inconsapevolmente il rischio su un singolo paese con caratteristiche politiche e regolamentari molto specifiche.

Un approccio realmente consapevole passa quindi dall’analisi della composizione dell’indice, dalla valutazione dei rischi specifici di ciascun paese e dalla scelta — quando opportuno — di strumenti più mirati che permettano di isolare i mercati con fondamentali più solidi da quelli caratterizzati da rischi strutturali più elevati.