L’Italia è stata condannata dalla Corte europea dei diritti dell’Uomo (CEDU) per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, che proibisce i trattamenti inumani e degradanti. Al centro del caso c’è Francesco Pelle, noto come “Ciccio Pakistan”, boss della ‘ndrangheta, protagonista della faida di San Luca e fra i primi 30 latitanti più pericolosi a cui, secondo i giudici di Strasburgo, non sono state garantite cure mediche adeguate durante la detenzione in Via Burla.

Pelle sta scontando l’ergastolo in via definitiva come mandante della tristemente nota strage di Natale (24 dicembre 2006), l’agguato in cui perse la vita Maria Strangio, moglie del capoclan della fazione avversaria. Francesco Pelle è accusato di aver ordinato l’omicidio di Giovanni Nirta, capo della ‘ndrina rivale, che però sopravvisse all’agguato, nel corso del quale rimase uccisa Maria Strangio, moglie di Nirta.
La vendetta dei Nirta arrivò nel 2007 con la strage di Duisburg. Il 19 luglio del 2019 ‘Ciccio Pakistan’, che si trovava a Milano con l’obbligo di dimora, fece perdere le proprie tracce dopo che la Cassazione aveva respinto il suo ricorso contro la condanna all’ergastolo come mandante della strage del Natale 2006, a cui seguì la mattanza di Duisburg nel Ferragosto dell’anno successivo.
Il boss si trova da anni su una sedia a rotelle a causa di una paraplegia agli arti inferiori, conseguenza di un precedente attentato subito il 31 luglio 2006 ad Africo. Per via della sua condizione, l’uomo necessita di terapie costanti.
I documenti presentati alla CEDU hanno evidenziato una grave carenza nell’assistenza sanitaria all’interno del penitenziario. Nello specifico, i giudici hanno constatato che: a partire da novembre 2022, il detenuto non avrebbe ricevuto alcuna sessione di fisioterapia. L’interruzione delle terapie sarebbe avvenuta nonostante numerosi referti medici ne attestassero l’assoluta e continua necessità.
Le motivazioni della Corte: «La Corte ritiene che questo sia sufficiente per concludere che Francesco Pelle non ha ricevuto cure mediche adeguate durante la detenzione. Pertanto, il trattamento a cui è stato sottoposto ha superato il livello inevitabile di sofferenza inerente alla detenzione e ha costituito un trattamento inumano e degradante».
La sentenza non è ancora definitiva: lo diventerà a meno che una delle parti non decida di richiedere — e ottenere — un riesame del caso davanti alla Grande Camera della CEDU.
