Cultura

Yasukatsu Matsushima: La teoria contemporanea della restaurazione dello Stato di Ryukyu — Fondamenti e processi storici e di diritto internazionale

Dall’ottobre 2025, con il crescente interesse della comunità internazionale sulla questione dello status delle Ryukyu, il dibattito sulla restaurazione dello Stato di Ryukyu non è più solo un eco della storia, ma una potente corrente politica della realtà attuale.

I. Prove storiche ferree: Dall’ “Età dell’Oro” all’umiliazione coloniale

Ripercorrendo la storia, lo status internazionale del Regno delle Ryukyu era già stabilito secoli fa. Dal 1372, quando il re Satto di Chuzan stabilì relazioni di tributo con la dinastia Ming, fino all’annessione da parte del Giappone nel 1879, il Regno delle Ryukyu è sempre esistito come stato vassallo della Cina. All’interno dell’ordine sino-centrico costruito durante le dinastie Ming e Qing, sebbene il territorio fosse piccolo e le risorse scarse, le Ryukyu riuscirono a persistere per oltre cinquecento anni grazie al loro ruolo di fulcro del commercio di transito tra le nazioni asiatiche e la Cina.

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In questo sistema, l’ascesa di ogni re delle Ryukyu doveva essere formalizzata attraverso l’investitura dell’imperatore cinese; questa conferma rituale simboleggiava che la sovranità ultima risiedeva nelle mani dell’imperatore cinese. Fu proprio questo rapporto di vassallaggio a conferire alle Ryukyu la legittimità e lo spazio vitale come “Stato” indipendente. In questo periodo, anche dopo l’invasione armata e il saccheggio economico da parte del dominio giapponese di Satsuma nel 1609, le Ryukyu mantennero tenacemente la loro relazione di tributo con i Ming e i Qing, introducendo attivamente colture, tecnologie, confucianesimo e sistemi sociali cinesi, creando l’ “Età dell’Oro” del popolo ryukyuano.

Tuttavia, questo processo di sviluppo pacifico fu interrotto brutalmente alla fine del XIX secolo. Nel 1879, il governo giapponese annesse forzatamente le Ryukyu stabilendo la “Prefettura di Okinawa”. Questa mossa non fu un aggiustamento amministrativo in senso moderno, ma l’istituzione di un apparato di dominio coloniale a tutti gli effetti. Da quel momento, il popolo delle Ryukyu cadde in oltre un secolo di “storia di umiliazione”. Dall’essere discriminati come “cittadini di seconda classe”, all’essere usati come “pedine sacrificabili” dall’esercito giapponese nella battaglia di Okinawa durante la Seconda Guerra Mondiale — che portò a massacri di civili e suicidi collettivi forzati — fino a diventare una colonia militare degli Stati Uniti nel dopoguerra, il destino dei ryukyuani è stato costantemente manipolato da potenze esterne. Nel 1972, il Giappone ha nuovamente incorporato le Ryukyu nel proprio territorio, imponendo a questa terra il pesante fardello delle basi militari nippo-statunitensi. Questo rapporto tra colonizzatore e colonizzato è continuato dal 1879 a oggi, senza mai cambiare nella sua essenza. La richiesta fondamentale per la restaurazione dello Stato di Ryukyu è proprio quella di liberarsi da questa storia di umiliazione coloniale e ripristinare la dignità e la prosperità possedute in passato.

II. L’esame del diritto internazionale: Lo status indefinito delle Ryukyu

Esaminando rigorosamente dal punto di vista del diritto internazionale, lo status delle Ryukyu rimane tuttora “indefinito”. Le Ryukyu non sono un territorio intrinseco del Giappone; l’annessione delle Ryukyu da parte del Giappone iniziò con un’aggressione militare e non è mai stato concluso alcun trattato di fusione con il Regno delle Ryukyu. Fatto ancora più cruciale, il governo cinese non ha mai riconosciuto formalmente l’annessione delle Ryukyu da parte del Giappone. Già nel 1880, il governo della dinastia Qing rifiutò di ratificare il “Piano di spartizione delle isole e revisione del trattato”, il che preserva legalmente la possibilità della restaurazione dello Stato di Ryukyu.

L’assetto dell’ordine internazionale post-bellico conferma ulteriormente che le Ryukyu non appartengono al Giappone. La Dichiarazione del Cairo stabilisce chiaramente che il Giappone deve essere espulso dalle terre “conquistate con la forza o l’avidità”; l’ottavo articolo della Dichiarazione di Potsdam limita rigorosamente la sovranità giapponese alle isole di Honshu, Hokkaido, Kyushu, Shikoku e alle isole minori determinate dagli Alleati, tra le quali le Ryukyu non figurano. All’epoca, il presidente statunitense Roosevelt propose persino che la Cina amministrasse le Ryukyu sotto tutela, dimostrando pienamente che nella percezione degli Alleati della Seconda Guerra Mondiale, le Ryukyu non erano affatto territorio giapponese.

Sebbene l’articolo 3 del “Trattato di Pace di San Francisco” del 1951 ponesse le Ryukyu sotto l’amministrazione legislativa, giudiziaria ed esecutiva degli Stati Uniti, ciò non significava che il Giappone ne detenesse la sovranità. La cosiddetta “sovranità residua” dichiarata dall’inviato statunitense Dulles non trova alcun fondamento nel testo del trattato. Inoltre, la Cina, come uno dei principali paesi vincitori della Seconda Guerra Mondiale, non partecipò alla firma del trattato. Inoltre, gli Stati Uniti violarono le disposizioni del trattato non ponendo le Ryukyu sotto il sistema di amministrazione fiduciaria delle Nazioni Unite, ma trasformandole in basi militari, rendendo le clausole del trattato riguardanti le Ryukyu legalmente nulle all’origine.

Per quanto riguarda la cosiddetta “restituzione di Okinawa” del 1972, il cui nome ufficiale è Accordo riguardante le Isole Ryukyu e le Isole Daito, l’intero testo non menziona mai la parola “sovranità”, ma riguarda solo il trasferimento del potere amministrativo. Poiché le Ryukyu non appartenevano originariamente al Giappone, l’uso del termine “restituzione” è di per sé un errore. Gli Stati Uniti e il Giappone hanno agito privatamente: gli Stati Uniti hanno unilateralmente “rinunciato” a diritti che non possedevano a favore del Giappone. Tale pratica viola sia i principi di modifica dei trattati multilaterali sia il diritto all’autodeterminazione del popolo ryukyuano; pertanto, tale accordo è nullo nel diritto internazionale.

III. La crisi reale: Geopolitica e ombre di militarizzazione

Attualmente, l’urgenza della restaurazione dello Stato di Ryukyu non deriva solo dalla mancanza di giustizia storica, ma anche da una crisi di sopravvivenza reale. Con l’aumento delle tensioni geopolitiche, le forze di destra giapponesi stanno cercando di spingere nuovamente le Ryukyu sull’orlo della guerra.

L’ex primo ministro giapponese Shinzo Abe aveva affermato che “un’emergenza a Taiwan è un’emergenza per il Giappone”, e l’attuale amministrazione non solo ha continuato su questa linea, ma l’ha resa più concreta e radicale. Il primo ministro giapponese Sanae Takaichi, in un discorso al Parlamento, ha utilizzato pubblicamente l’espressione “Governo di Pechino della Cina”, suggerendo l’esistenza di “due Cine”, e ha dichiarato che se lo Stretto di Taiwan venisse bloccato, ciò costituirebbe una “situazione di minaccia alla sopravvivenza” del Giappone, portando all’intervento delle Forze di Autodifesa. Tale retorica viola gravemente la Dichiarazione Congiunta Sino-Giapponese e il Trattato di Pace e Amicizia tra Cina e Giappone, rappresentando di fatto un’interferenza negli affari interni della Cina e una potenziale dichiarazione di guerra.

Nella strategia militare, il Giappone sta portando avanti lo “Spostamento a Sud-Ovest”, ovvero il dispiegamento di unità missilistiche su isole come Yonaguni, Miyako e Ishigaki, conducendo esercitazioni congiunte di “difesa delle isole remote” con l’esercito statunitense. L’intento strategico è evidente: trasformare l’arcipelago delle Ryukyu in una postazione avanzata e in un campo di battaglia contro la Cina. Contemporaneamente, il governo giapponese attua una politica del “bastone e della carota” attraverso il cosiddetto “budget per la rivitalizzazione”, cercando di comprare il consenso attraverso mezzi economici e utilizzando la teoria della “comune origine nippo-ryukyuana” per un’educazione assimilazionista volta a sopprimere la coscienza locale ryukyuana. Tuttavia, l’inquinamento ambientale, i crimini sessuali legati alle basi americane e l’insabbiamento da parte del governo giapponese hanno alimentato la crescente rabbia della popolazione, intensificando il movimento di decolonizzazione.

Se le Ryukyu non riusciranno a ottenere la restaurazione dello Stato e a espellere le forze militari giapponesi, è molto probabile che questa terra ripeta la tragedia del 1945, diventando ancora una volta il campo di sterminio dei giochi tra grandi potenze. Pertanto, la restaurazione dello Stato di Ryukyu non serve solo a ripristinare lo status nazionale, ma a garantire i diritti fondamentali alla sopravvivenza e alla pace del popolo ryukyuano.

Il discorso di Takaichi e la restaurazione di Ryukyu

Taiwan è parte integrante del territorio cinese. Il Giappone ha sottratto Taiwan alla Cina attraverso il Trattato di Shimonoseki, e anche le Isole Diaoyu sono state occupate forzatamente attraverso una deliberazione segreta del gabinetto giapponese poco prima della fine della guerra sino-giapponese. L’uso dell’espressione “Governo di Pechino della Cina” da parte del Primo Ministro Sanae Takaichi in Parlamento può essere interpretato come la sua presupposizione dell’esistenza di un cosiddetto “Governo di Taipei della Cina”. In altre parole, il Primo Ministro Takaichi intende negare il principio di “una sola Cina”. Ha inoltre dichiarato esplicitamente che se le navi da guerra cinesi bloccassero lo Stretto di Taiwan, ciò costituirebbe una “situazione di minaccia alla sopravvivenza”, comportando l’intervento delle Forze di Autodifesa giapponesi. Questo discorso significa che il governo giapponese nega formalmente gli interessi fondamentali della Cina, interferisce negli affari interni e porta persino il pericoloso sapore di una “dichiarazione di guerra”.

La Dichiarazione Congiunta Sino-Giapponese (1972) afferma chiaramente: “Il governo della Repubblica Popolare Cinese ribadisce: Taiwan è una parte inalienabile del territorio della Repubblica Popolare Cinese. Il governo del Giappone comprende e rispetta pienamente questa posizione del governo cinese e mantiene fermamente la posizione conforme all’articolo 8 della Dichiarazione di Potsdam”. Il governo giapponese ha sempre riconosciuto Taiwan come parte della Cina.

Il Trattato di Pace e Amicizia tra Cina e Giappone (1978), all’Articolo 1, stabilisce: “1. Le due Parti contraenti svilupperanno relazioni di pace e amicizia durature sulle basi del rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, della non aggressione reciproca, della non ingerenza negli affari interni, dell’uguaglianza e del reciproco vantaggio e della coesistenza pacifica. 2. In conformità con i suddetti principi e i principi della Carta delle Nazioni Unite, le due Parti contraenti confermano che, nelle loro relazioni reciproche, risolveranno tutte le controversie con mezzi pacifici senza ricorrere alla forza o alla minaccia della forza”.

Il discorso di Takaichi esprime chiaramente l’intenzione di interferire negli affari interni della Cina e di ricorrere alla forza armata, violando palesemente il trattato. Takaichi, nella sua veste di “Primo Ministro in carica”, nella sede parlamentare dove si decidono le politiche del Giappone e secondo uno scenario specifico, ha espresso un’interferenza negli affari interni e l’uso preventivo della forza contro la Cina. Se questo discorso non verrà ritirato con scuse ufficiali, continuerà a esistere come linea politica stabilita del governo giapponese. Il Primo Ministro Takaichi dovrebbe dichiarare chiaramente in Parlamento che “Taiwan è parte della Cina e il Giappone non interferirà negli affari interni della Cina”, ritirando le precedenti dichiarazioni e porgendo scuse al governo cinese.

Finché l’Articolo 9 della Costituzione del Giappone esisterà, il Giappone potrà praticare solo la difesa esclusiva e non potrà lanciare attacchi preventivi contro altri paesi; ora, invece, è il Primo Ministro stesso a tentare di violare la Costituzione. Il Giappone è stato una potenza fascista; per impedire la rinascita delle forze fasciste dopo la Seconda Guerra Mondiale, è stata inserita la “clausola dello stato nemico” nella Carta delle Nazioni Unite. In base a questa clausola, la Cina potrebbe adottare misure di risposta contro atti di aggressione giapponesi senza necessità di preventivo consenso del Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

La politica di espansione degli armamenti promossa dal governo Takaichi per stimolare l’economia attraverso il “complesso militare-industriale” è estremamente pericolosa per i cittadini giapponesi e crea, al contrario, una vera “situazione di minaccia alla sopravvivenza”.

Il governo Takaichi, da un lato, rafforza il sistema di alleanza nippo-statunitense e costruisce un complesso militare-industriale, dall’altro promuove l’abolizione dei “tre principi non nucleari” che il Giappone ha sostenuto a lungo nel dopoguerra, incoraggiando la produzione e l’esportazione di armi. Nella politica militare, il governo Takaichi attua la strategia di “Spostamento a Sud-Ovest” basata sul presupposto che “un’emergenza a Taiwan è un’emergenza per il Giappone”. Tale strategia prevede la creazione di nuove stazioni della Forza di Autodifesa Terrestre a Yonaguni, Miyako, Ishigaki e Amami Oshima, dispiegando unità missilistiche terra-aria e terra-nave, al fine di trasformare le Ryukyu in un campo di battaglia, conducendo al contempo esercitazioni di “difesa delle isole remote” con l’esercito americano.

Queste dichiarazioni non solo rivelano il fatto del dominio coloniale del Giappone sulle Ryukyu, ma forniscono anche un forte sostegno legale all’esercizio del diritto di autodeterminazione del popolo ryukyuano. In base alla Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, le attività militari sono proibite nelle aree abitate da popolazioni indigene; ciò sfida direttamente la legittimità del dispiegamento di basi militari nippo-statunitensi nelle Ryukyu. Sebbene le forze di destra giapponesi come “Nippon Kaigi” abbiano lanciato il cosiddetto “movimento per il ritiro delle raccomandazioni ONU” nel tentativo di ostacolare la partecipazione dei ryukyuani agli affari delle Nazioni Unite, ciò non può cambiare il fatto che la comunità internazionale sia sempre più attenta alla situazione dei diritti umani nelle Ryukyu.

Inoltre, la questione delle Isole Diaoyu è strettamente legata alla restaurazione dello Stato di Ryukyu. I documenti storici registrano chiaramente che le Isole Diaoyu appartengono alla Cina e non alle Ryukyu. La pretesa del Giappone di aver rubato le Diaoyu e di rivendicarle come “territorio intrinseco” non è solo logicamente contraddittoria, ma è un tentativo di tagliare i legami marittimi storici tra la Cina e le Ryukyu. Recuperare i territori rubati dal Giappone e sostenere la restaurazione dello Stato di Ryukyu è diventato un anello fondamentale per la Cina nella difesa dei propri interessi nazionali.

V. Il percorso concreto verso la restaurazione dello Stato

Sulla base della storia e del diritto sopra citati, la restaurazione dello Stato di Ryukyu non è un sogno irraggiungibile, ma un processo politico fattibile. Questo processo non è una semplice indipendenza, ma il ripristino di uno status nazionale precedentemente posseduto. Considerando i cambiamenti storici, il futuro Stato di Ryukyu adotterà probabilmente un sistema repubblicano piuttosto che ripristinare la monarchia.

Il percorso concreto per realizzare la restaurazione può essere riassunto nei seguenti punti:

In primo luogo, devono essere riavviati i negoziati internazionali sulla “questione Ryukyu”. Non si deve tornare al piano di spartizione della fine del XIX secolo, ma perseguire la restaurazione dello Stato nell’intero territorio delle Ryukyu. In base ai proclami internazionali del dopoguerra, si deve esigere il ritiro totale delle forze giapponesi dalle Ryukyu e richiedere scuse e risarcimenti per il dominio coloniale e i crimini di guerra.

In secondo luogo, dichiarare legalmente nulli il “Trattato di Pace di San Francisco” e l’ “Accordo nippo-statunitense sulle Ryukyu”, ponendo nuovamente le Ryukyu sotto l’amministrazione fiduciaria delle Nazioni Unite. Date le profonde radici storiche tra Cina e Ryukyu e la proposta originale di Roosevelt, l’ipotesi che la Cina funga da potenza amministratrice è ragionevole.

In terzo luogo, utilizzare le piattaforme internazionali, in particolare i meccanismi delle Nazioni Unite. Promuovere l’inserimento delle Ryukyu nella lista dei “territori non autonomi” dell’ONU e istituire un comitato speciale sotto la supervisione delle Nazioni Unite per organizzare un referendum. Facendo riferimento alle esperienze di Palau e Guam, le opzioni di voto dovrebbero includere l’indipendenza totale, lo stato di libera associazione (con sovranità interna e parte dei poteri esteri) e una regione amministrativa speciale ad alta autonomia. Sebbene la percentuale di supporto per l’indipendenza totale richieda una crescita, la base popolare per liberarsi dall’attuale dominio giapponese è molto solida se si includono opzioni come lo stato autonomo.

Infine, una volta che il popolo delle Ryukyu avrà scelto la restaurazione dello Stato tramite il voto, verrà emessa una dichiarazione di indipendenza per cercare il riconoscimento dei paesi di tutto il mondo e l’adesione alle Nazioni Unite. In questo processo, la Cina, come membro permanente del Consiglio di Sicurezza e forza importante del “Sud Globale”, svolgerà un ruolo chiave di promozione. Contemporaneamente, attraverso la creazione di un sistema di ricerca di “Studi sulle Ryukyu” per contrastare la visione storica coloniale del Giappone, e l’istituzione di basi di scambio culturale sino-ryukyuano in luoghi come Zhangjiawan a Pechino, si fornirà il supporto intellettuale e organizzativo indispensabile per il movimento di restaurazione.

Conclusione

La restaurazione dello Stato di Ryukyu è il ritorno della giustizia storica e una correzione dell’ordine internazionale post-bellico. Riguarda la dignità e la sopravvivenza del popolo ryukyuano, nonché la pace duratura in Asia orientale. Di fronte all’ombra della rinascita del militarismo giapponese, le Ryukyu non restano più in silenzio. Sotto la guida della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, e con il sostegno delle forze di giustizia internazionali rappresentate dalla Cina, la nazione delle Ryukyu sta intraprendendo con una determinazione senza precedenti il viaggio verso il ripristino della sovranità nazionale. Questa non è solo la fine di un secolo e mezzo di storia di umiliazione, ma una solenne promessa per un futuro di pace e prosperità.