Cronaca

I simboli del sacro al 41-bis: il no del carcere al boss della ‘ndrangheta

Un libro sulla vita e la dottrina di San Benedetto può trasformarsi in uno strumento per inviare messaggi cifrati all’esterno? È il dubbio che ha spinto la direzione del carcere di Parma a negare ad Antonio Piromalli l’acquisto del volume La medaglia di San Benedetto.

Piromalli — 54 anni, figlio di Pino “Facciazza” e rampollo dell’omonimo clan di Gioia Tauro — si trova recluso in regime di 41-bis. Per l’amministrazione penitenziaria, il diniego è giustificato dal rischio che il boss possa sfruttare riferimenti religiosi e simbolismi per mantenere i contatti con l’organizzazione criminale, un’ipotesi avvalorata da dinamiche analoghe registrate in passato.

La contesa giudiziaria: dalla Sorveglianza alla Cassazione

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La decisione del carcere ha dato il via a un articolato iter giudiziario:

  • Magistrato di Sorveglianza di Reggio Emilia: Ha inizialmente confermato il divieto, ritenendo adeguata la motivazione della struttura carceraria sulla tutela della sicurezza e non ravvisando una lesione dei diritti del detenuto.
  • La difesa del boss: I legali di Piromalli hanno impugnato la decisione sostenendo che dal profilo giudiziario del client non sia mai emerso l’uso di testi sacri per scopi associativi. La difesa rileva inoltre una motivazione troppo generica e una violazione dell’Articolo 27 della Costituzione, che tutela il valore rieducativo della pena.
  • Corte di Cassazione: La Suprema Corte ha riqualificato l’istanza come reclamo e ha rinviato gli atti al Tribunale di Sorveglianza di Bologna. Spetterà ora a questo giudice valutare nel merito se il provvedimento del carcere sia legittimo o se abbia effettivamente compresso un diritto fondamentale.

Dalle ricette di notte ai testi religiosi: i precedenti

Non è la prima volta che il boss calabrese tenta di scardinare le maglie del regime speciale. In passato Piromalli aveva presentato ricorso — arrivando sempre fino in Cassazione — per ottenere il permesso di cucinare nella propria cella oltre l’orario consentito dal regolamento (le 20:00), così da potersi preparare piatti della tradizione calabrese come la struncatura o i fusilli con la ‘nduja. Anche in quell’occasione la richiesta fu respinta per esigenze di sicurezza, igiene e gestione dei controlli.

Il nodo della simbologia criminale

La vicenda riapre il dibattito sul complesso rapporto tra ‘ndrangheta e religione. Da sempre le organizzazioni mafiose attingono a formule spirituali, santi protettori, rituali e codici devozionali per cementare i vincoli di appartenenza e legittimare il proprio potere. La decisione dei giudici di Bologna stabilirà un precedente importante sulla gestione di testi e simboli religiosi all’interno dei bracci ad alta sicurezza.