Francesca Devincenzi – C’è amarezza, ma anche un filo d’orgoglio. Il Parma esce sconfitto dall’Olimpico, ancora una volta, ma non con le ossa rotte come troppo spesso era accaduto in passato.
Anzi: per lunghi tratti della partita i gialloblù hanno giocato alla pari con la Roma, mostrando personalità, coraggio e una buona organizzazione. Peccato che, come ormai accade troppo spesso, a decidere sia stata una distrazione difensiva, uno scontro assurdo Suzuki – Delprato e la solita, cronica difficoltà nel concretizzare quanto di buono si costruisce.
Il Parma ha interpretato la gara con intelligenza, tenendo il campo con ordine e provando a ripartire con qualità. La Roma ha faticato a sfondare, e quando ci è riuscita lo ha fatto più per un episodio che per reale superiorità. Un errore di posizionamento, un attimo di leggerezza, e la partita è sfuggita via — ancora una volta — per quei dettagli che fanno la differenza tra una squadra che si salva e una che sogna qualcosa di più.
È un peccato, perché la prestazione c’è stata. C’è stato carattere, ci sono stati tratti di bel calcio, e persino la sensazione — rara all’Olimpico — che il Parma potesse davvero uscire con un risultato positivo. Ma il calcio è spietato con chi non segna, e il problema sotto porta sta diventando sempre più grave: troppe le occasioni non sfruttate, troppa leggerezza nell’ultimo passaggio, poca cattiveria nei sedici metri. Troppa carenza di reti. E non può essere il rientro di Odrejka la sola speranza.
Il pareggio sarebbe stato il risultato più giusto, e forse anche un piccolo segnale di maturità per un gruppo che continua a crescere. Invece resta solo la consapevolezza di essere sulla strada giusta, ma anche il rammarico per aver gettato via un punto prezioso.
Servirà più concretezza, perché la qualità e il gioco non bastano se non arrivano i gol. Eppure, rispetto a tante altre serate romane, e rispetto anche a tante altre gare viste quest’anno, il Parma esce con una certezza: non è più vittima sacrificale. È una squadra vera, viva, che se continua così, prima o poi, troverà anche il modo di trasformare i “peccato” in applausi.
