Cronaca

Caporalato nella moda, tredici marchi sotto indagine: c’è anche Pinko

Il marchio Pinko, di proprietà della Cris Conf di Fidenza, figura tra i tredici brand del lusso sui quali la Procura della Repubblica di Milano ha avviato accertamenti nell’ambito di un’indagine sul presunto caporalato nella filiera della moda. L’inchiesta coinvolge anche maison come Gucci, Prada, Versace, Dolce & Gabbana, Missoni, Ferragamo, Yves Saint Laurent, Givenchy, Alexander McQueen e Adidas.

La Procura ha chiesto alle aziende interessate di fornire i propri “modelli di prevenzione”, ovvero i sistemi interni previsti dalla Legge 231 del 2001 per prevenire reati legati alla gestione degli appalti.
Tali modelli comprendono controlli sulla filiera produttiva, verifiche sui fornitori, procedure di segnalazione e meccanismi di monitoraggio pensati per evitare irregolarità, sfruttamento della manodopera e violazioni delle norme sulla sicurezza nei luoghi di lavoro.

Secondo quanto ricostruito dal pm Paolo Storari, alcune delle case di moda comparirebbero nei fascicoli relativi a opifici cinesi clandestini, in qualità di committenti che avrebbero affidato parte della produzione ad appaltatori e subappaltatori risultati non in regola.

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Gli atti raccolti dalla Procura riporterebbero inoltre episodi riferiti a presunto impiego di lavoratori cinesi sfruttati in laboratori-dormitorio, caratterizzati da possibili violazioni delle norme su igiene, sicurezza e orari di lavoro. Le verifiche, tuttavia, sono ancora in corso e le responsabilità devono essere accertate.

In una nota ufficiale, Pinko ha dichiarato: “In relazione alle richieste di informazioni da parte della Procura di Milano sulla catena di appalti e subappalti nella produzione e all’acquisizione degli atti, Pinko ribadisce la propria estraneità ai fatti e la piena correttezza del proprio operato. L’azienda sta proseguendo con le opportune verifiche ed è a disposizione delle Autorità competenti”.

La società ha dunque confermato la massima collaborazione con gli inquirenti.

I sindacati Filctem Cgil, Femca Cisl e Uiltec Uil descrivono la situazione come una contraddizione profonda tra l’immagine del lusso e la realtà di parte della filiera produttiva:

Le sigle contestano inoltre l’idea che l’adozione di modelli di controllo interni possa escludere automaticamente i committenti da responsabilità: “Una facciata scintillante di boutique e passerelle e, dietro, una rete di appalti e subappalti incontrollati, salari compressi, orari infiniti, laboratori insalubri”.

“È inaccettabile che i grandi marchi possano essere sollevati dalle proprie responsabilità rispetto alle condotte delle ditte cui affidano le lavorazioni. La responsabilità solidale è uno strumento essenziale affinché chi trae beneficio economico dalla filiera eserciti un controllo reale su ogni passaggio produttivo”.

Confindustria Moda e Confindustria Accessori Moda hanno espresso pieno sostegno alle iniziative volte a contrastare l’illegalità nella filiera, sottolineando tuttavia il rischio di un impatto reputazionale sul settore: