Dopo quasi mezzo secolo dietro le sbarre, Domenico “Micu” Papalia lascia la cella. L’ormai ottantunenne boss di Platì, detenuto ininterrottamente dal 1977, ha ottenuto la detenzione domiciliare dal Tribunale di sorveglianza di Bologna per gravi ragioni di salute, essendo da tempo malato di tumore. Sconterà il resto della pena fuori dal carcere, ma lontano dalla Calabria.
Il profilo: tra mito criminale e legami di sangue
Per gli investigatori è sempre stato una figura centrale, un “papa della ‘ndrangheta” o un “Giano bifronte”: da un lato vertice assoluto della roccaforte di Platì, dall’altro punto di riferimento per l’intera organizzazione a livello nazionale, con forti ramificazioni in Lombardia.
- Le origini: Eredita il “blasone” criminale dalla madre Serafina Barbaro. Nel 1964, dopo l’uccisione di un fratello, si trasferisce a Milano con i fratelli Antonio e Rocco, diventando protagonista della stagione dei sequestri di persona e del grande traffico di droga.
- Il potere dal carcere: Nonostante la lunghissima carcerazione, le informative recenti lo indicano ancora come una delle figure più autorevoli, capace di mediare e spostare gli equilibri delle cosche (come nel caso della pax raggiunta per la faida di San Luca). Al suo nome si affiancano anche ombre mai del tutto chiarite di contatti con i Servizi segreti.
La complessa vicenda giudiziaria
La sua storia nelle carceri italiane è un intreccio di condanne definitive e clamorosi colpi di scena:
- L’omicidio D’Agostino: Arrestato nel 1977 e condannato all’ergastolo per l’omicidio del boss emergente Antonio D’Agostino, Papalia è stato clamorosamente assolto nel 2017 in seguito a un processo di revisione a Perugia.
- Il caso Mormile: Resta comunque condannato al carcere a vita come mandante dell’omicidio di Umberto Mormile, l’educatore del carcere di Opera ucciso nel 1990.
Dalla lettera agli studenti alla “redenzione” scolastica
Il personaggio di Micu Papalia vive di forti contrasti. Se da un lato sui social la sua immagine viene talvolta condivisa dai giovani come un’icona del potere malavitoso, dall’altro la sua scarcerazione è stata a lungo sostenuta da campagne radicali e associazioni garantiste (come Nessuno tocchi Caino e Yairaiha).
A Natale del 2024, il boss aveva indirizzato una lettera agli studenti delle scuole medie di Platì, scrivendo:Mi presento: sono Domenico Papalia, di Platì, “esiliato” dal consorzio civile ormai da circa cinquant’anni […]. Nonostante la mia forzata assenza, sono molto legato al mio paese, soffro per il degrado in cui si trova e desidero ardentemente che i ragazzi studino e, un domani, si occupino di Platì come merita, migliorandolo con atti positivi».
Proprio lo studio ha segnato il suo percorso detentivo ad Opera. Entrato in cella da analfabeta, Papalia ha intrapreso un lungo cammino formativo conseguendo:
- La licenza media
- Il diploma di litotipografo
- Un attestato in informatica e uno da cuoco
- Il diploma di manutentore elettrico
- Il diploma di maturità in ragioneria
Un percorso di riscatto culturale definito “senza macchie” dai volontari che lo hanno seguito, e che ora si chiude con il ritorno a casa, per motivi di salute, dopo quasi cinquant’anni di reclusione.
