Economia e Ambiente

Il blocco sui siti adult non è partito in modo uniforme in Italia

Milano, Roma, Como: da nord a sud negli ultimi giorni molti utenti hanno provato ad accedere ai siti per adulti trovandosi davanti a nuove schermate di controllo. Eppure il “via” alla verifica preventiva dell’età — annunciato per metà novembre — non è partito in modo uniforme. Tra obblighi regolatori, finestre di adeguamento e incertezze tecniche, il debutto si è trasformato in un avvio a singhiozzo.

La norma

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Il quadro normativo è chiaro a grandi linee. A livello europeo, le Linee guida della Commissione sul Digital Services Act (art. 28) invitano le piattaforme a introdurre metodi affidabili di verifica dell’età per limitare l’accesso dei minori a contenuti come la pornografia, bilanciando protezione, privacy e proporzionalità. Non è un “freno a mano” unico per tutta l’UE, ma una cornice che spinge gli Stati e le autorità nazionali a regolamentare e far rispettare controlli più robusti rispetto al vecchio “flag ho 18 anni”.

L’elenco

In Italia, nelle scorse settimane AGCOM ha indicato un elenco di servizi soggetti all’obbligo e il meccanismo di enforcement (dall’ordine di adeguamento fino al blocco DNS per chi non si conforma), facendo intendere un giro di vite dal 12 novembre. Diversi media hanno parlato di “scatta l’obbligo”, ma nelle stesse ore l’Autorità ha ammesso la presenza di tempi tecnici: ai siti servono da tre a sei mesi per integrare sistemi di age-assurance esterni (non esiste un’unica “app nazionale”), testare i flussi e certificare le procedure. Risultato: alcuni portali mostrano già interstitial di verifica, altri no; questo non coinvolge siti vetrina nei quali in maniera riservata e professionale fanno bella mostra escort Milano e escort Como.

Cosa è successo?

Che cosa significa, concretamente, perché il debutto non è pieno? Primo, eterogeneità dei metodi: carta d’identità digitale, controlli via fornitori accreditati, stime dell’età tramite biometria (non sempre ammesse), o incrocio con fonti “fidate” (banche, telco). Secondo, questioni di privacy: i sistemi più invasivi rischiano di non passare il vaglio di minimizzazione dei dati; quelli più “leggeri” potrebbero essere aggirabili. Terzo, portata transfrontaliera: molti siti sono ospitati all’estero e l’enforcement richiede coordinamento con operatori, CDN e, in ultima istanza, ordini di blocco. Anche altri Paesi stanno vivendo frizioni simili: nel Regno Unito l’authority Ofcom ha introdotto standard più stringenti nel 2025, ma l’implementazione pratica sta procedendo per fasi; in Francia il Consiglio di Stato ha confermato l’obbligo, mentre si discutono i dettagli del referenziale tecnico.

La fotografia attuale

Nel frattempo, l’utente italiano sperimenta un mosaico: in certi casi l’accesso è immediatamente bloccato finché non si supera un controllo esterno; in altri non cambia quasi nulla; in altri ancora si vedono messaggi di pre-avviso in attesa dell’adeguamento. Nelle ultime 48 ore, testate come Il Post e la Repubblica hanno documentato proprio questa asincronia tra gli annunci e la realtà dei fatti: l’obbligo esiste, ma la piena operatività dipenderà dal ritmo di integrazione e dalle verifiche dell’Autorità nei prossimi mesi.

C’è poi un punto spesso trascurato nel dibattito pubblico: l’effetto comportamento. Se lo scopo è ridurre l’esposizione dei minori alla pornografia, la verifica robusta è uno strumento necessario; ma nel breve periodo può indurre gli adulti a spostare le proprie abitudini. È qui che tornano utili i segnali “di mercato”. Secondo il dato proprietario di Bacirosa (aggregato e anonimizzato), nell’ultima settimana — proprio mentre si parlava del “nuovo obbligo” — è cresciuta la quota di utenti serali (22:00–24:00) che non completano la procedura sui portali internazionali e ripiegano su soluzioni tradizionali (contatti offline o canali locali consolidati). È una dinamica già vista in altri mercati all’introduzione degli age-checks: la domanda adulta non scompare, ma cambia percorso in base alla frizione percepita all’ingresso.