Nelle carte dell’inchiesta che ha portato all’arresto della sorella Rosalia, spuntano i pizzini sul finanziamento della latitanza. Ordini perentori per incassare 40mila euro: “Incontralo una sola volta o vi intercettano”.
Il sistema dei pizzini non serviva solo a trasmettere ordini operativi, ma era il motore economico della latitanza di Matteo Messina Denaro. Tra i tanti nomi in codice decriptati dai Carabinieri del Ros, ne spicca uno: “Parmigiano”. Un personaggio non ancora identificato, ma descritto dal Gip Alfredo Montalto come un vero e proprio “bancomat” a disposizione del capomafia.
L’ordine a “Fragolone”
Dall’ordinanza di custodia cautelare emerge come Rosalia Messina Denaro (alias “Fragolone”) avesse il compito di gestire le casse del fratello. In un pizzino ritrovato nel covo di Campobello di Mazara, il boss è esplicito: “Ti devi incontrare col Parmigiano, spiegagli come ti deve dare questi 40mila”.
Le istruzioni erano chirurgiche. Il denaro doveva essere consegnato in “piccole dosi” da 5.000 euro, con l’obiettivo di concludere il “prestito” entro settembre. Per rassicurare il finanziatore, Messina Denaro prometteva la restituzione della somma non appena altri fiancheggiatori, soprannominati “il Complicato” o “il Grezzo”, avessero venduto dei beni.
“Non può dire di no”
Secondo gli inquirenti, la facilità con cui il boss pretendeva tale somma suggerisce che “Parmigiano” sia un imprenditore di rilievo, talmente legato a Cosa Nostra da non poter opporre alcun rifiuto. “Digli che non può dire di no perché c’è una situazione di bisogno”, scriveva il latitante, aggiungendo con freddezza che “40mila euro non cambiano la vita delle persone”.
L’ossessione per le intercettazioni
Messina Denaro era ossessionato dalla sicurezza della sorella. Nel post scriptum del pizzino, la avvertiva del pericolo di essere pedinata:
“Con il Parmigiano ti ci devi incontrare soltanto una volta per spiegargli il tutto… perché se ti ci incontri una seconda volta, quella seconda volta sarete intercettati, e non deve accadere”.
Mentre Rosalia rimane in carcere, la caccia degli inquirenti si sposta ora sui volti coperti da questi nickname, cercando di smantellare la rete di protezione e i canali di finanziamento che hanno garantito trent’anni di latitanza al boss.
